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ROBERTO MONTAGNA

IL MIO "TEATRO PER L’INFANZIA"

Il mio teatro non è per tutti. Appartiene all’infanzia. In particolare a chi ha tra i cinque e i dodici anni.
Il mio teatro considera l’infanzia uno stato d’animo dell’umanità che va continuamente nutrito.
Il mio teatro non si può sviluppare ovunque. È indissolubilmente legato alla scuola e a chi la abita. Perché è lì che si possono ancora trovare le ultime grandi comunità di bambini che lo alimentano.
 
Il mio teatro, da quando lo vivo, è dovuto scendere continuamente a compromessi con le realtà che sempre cambiavano.
Vorrebbe essere dei bambini e per i bambini. Ma necessariamente si è trasformato spesso in percorsi con momenti spettacolari mostrati più agli adulti (genitori, nonni, parenti) che a un pubblico di altri bambini.
Vorrebbe essere estemporaneo e primitivo. Tuttavia è ricorso con una certa frequenza a copioni imparati a memoria e a volte si è sviluppato in prove estenuanti per giungere pronti allo spettacolo finale. Per poter essere accolto da tutti ha sovente stemperato la sua genuina assurda irriverenza.
 
Il mio teatro continua ad amare le aule dove si possono ancora spostare i banchi per fare spazio al ‘palcoscenico’ e usare le sedie per inventare. Predilige le storie venute su un poco zoppicanti e fuori tema che solo chi le ha create può capire bene. Le azioni teatrali dove non si usano luci, microfoni, effetti speciali. Perché l’effetto speciale sono i venti/venticinque attori di una classe che danno luogo alla propria meraviglia in scena. I saloni un poco umidi e con palchi striminziti su cui esibirsi, dove gli attori non sono nascosti dietro alle quinte, non esiste scenografia. E il pubblico vede se si sforza e sente se sta in silenzio. Le sere di primavera dove dopo l’evento si mangiano deliziose pizzette e si beve aranciata ormai diventata calda.
 
Il mio teatro non ha necessariamente bisogno di applausi per sapere che siamo stati felici mentre lo facevamo, che il nostro teatro è un’emozione tale da rendere felici chiunque ne venga a contatto. Spesso, nel mio teatro, se il pubblico è dell’infanzia nemmeno applaude. Ride o in alternativa ascolta in silenzio. Oppure partecipa commentando (a volte anche un poco troppo rumorosamente).
 
Il mio teatro in certi casi ha dato luogo a qualche situazione speciale (una decina in quarant’anni…).
Ho visto bambini e bambine passare il proprio intervallo giocando al teatro e creando ‘cose’ in verità impossibili da rappresentare a chiunque. Classi in cui per mesi le bambine, i bambini hanno parlato tra loro utilizzando quasi esclusivamente le battute dello spettacolo in preparazione. Cosicché un estraneo non poteva capirci nulla. Ho saputo del nascere di micro compagnie infantili che hanno fatto teatro di condominio (è vero! Scendevano in cortile e poi chiedevano alla gente di affacciarsi per assistere alle scenette che andavano a rappresentare). Ho sentito a volte genitori o nonni chiedere ai giovani attori “Ci sono cose dello spettacolo che non ho capito bene. Avete voglia di spiegarmele?” e ho ascoltato le loro bellissime spiegazioni total-mente diverse da quelle che avrei dato io.

La maggior parte di chi l’ha vissuto, però, questo teatro l’ha poi dimenticato. Ed è giusto così. Perché a pensarci bene il teatro dell’infanzia non è mio e nemmeno di chi per un certo periodo vi transita. È un sogno che si lascia in eredità a quelli che arriveranno e che a loro volta lo passeranno ad altri ancora.
Perché, per dirla prendendo a prestito una frase degli anni Sessanta del '900, il teatro dell’infanzia è un’utopia che si spegne se non viene continuamente alimentata.
 
 
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Per contattare Roberto Montagna: roberto.montagna@unoteatro.it



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